CANI RANDAGI

(liberamente ispirato al film cult “Rabid dogs”, di Mario Bava, 1974)

 

 

L’artista è una figura “strana“…

Scrivo questo sfogliando un catalogo della cosiddetta arte “naif”:

osservo e mi lascio trasportare dalle immagini delle opere di Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi, Nikifor, Bruno Rovesti, Niko Pirosmani, Séraphine Louis, solo per citarne alcuni, artisti che da anni ne studio le gesta, quindi opere che ben conosco ma che per me è come se le vedessi sempre per la prima volta, un’autentica epifania. Guardo attentamente questo e non posso che domandarmi:

allora è mistero, caspita, è soltanto mistero!”.

Ma cos’è mai il “mistero”? Nella teologia, si parla di mistero come di verità che va oltre il naturale, e che si arriva a conoscere solo attraverso la preghiera, la dedizione religiosa: mistero, quindi, come “verità” necessaria, forse l’esigenza dell’arte che diventa completezza, dove corpo e spirito si uniscono per cogliere il senso delle cose, ma anche l’ossessione, la paura, quando questa è fame, disperazione, quando ti entra dentro e di rode fino al midollo. L’arte non è una semplice scelta, o un gioco di ruolo, ma un destino, è la storia che uno si porta addosso, sulla propria pelle sporca di pensieri, ricordi, rabbia e di emozioni…

 

La storia è fatta dai vincitori, ma anche dai vinti…

Ho sempre visto il mondo dell‘arte come una società, composta da autori assai diversi tra loro: chi cerca a tutti i costi l’applauso facile, chi pretende le pause di riflessione, chi vuole essere sul palcoscenico sfarzoso e pieno di lustrini, chi adora gli angoli invisibili, piccoli quanto inospitali... Da sempre la mia attenzione si concentra sulle figure “marginali”, i solitari, gli “outsider“, quegli artisti ma anche intellettuali, poeti scrittori registi che vivono, o hanno vissuto, all’ombra dei clamori, portando avanti la loro “tribolazione” su per tragitti faticosi, ma per questo anche più affascinanti. Sono per l’anomalia del sistema, di chi ha il coraggio di mischiare le carte, quindi sono per l’artista che segue un percorso autonomo, antiaccademico. In un’epoca fortemente “globale“, dove si è perso il concetto di “confine”, è importante nell’arte la riconquista del confine, della personalità più intima, poiché in ciò c’è l’idea massima del viaggio conoscitivo, illimitato, quindi della scoperta anzi, la riscoperta del proprio piccolo mondo segreto. Avete mai letto anche soltanto una poesia di Sandro Penna, o una frase da un libro di Moravia, ma soprattutto, avere mai osservato una piccola natura morta di Giorgio Morandi? appunto è ciò che io intendo per “mondo segreto“.

Ma l’artista è anche un curioso, vuole vedere, conoscere, assaggiare, ed è giusto questo: non si limita ma deve sapere cosa è il “limite”, deve avere consapevolezza delle proprie capacità, della propria indole culturale, deve fare ciò che sa fare senza fingere. Purtroppo intorno a me noto tanta finzione, troppi con troppe maschere si atteggiano…

Quindi ciò che cerco è l’autenticità del fare arte, l’onestà intellettuale dell’autore, il piacere del piacere, anche nella dimensione più edonista. Perché non parlare allora di creatività? Perché non ritornare all’espressione del gesto, ricordandoci che l‘arte è sempre il prodotto di un gesto, impegnato o disimpegnato che sia… Ma, soprattutto pretendo l’emozione: e quando dico emozione, dico impressione, gioia, disperazione, turbamento, commozione, insomma, andando ad analizzare l‘etimologia del termine, l‘opera d‘arte deve “mettere in moto” (da qui emozione), smuovere, venire in superficie, farci sentire qualcosa di importante per sentire l’importanza…

 

L’artista è consapevole di tutto questo “mistero“…

Ma è anche un cane randagio, e come tale è libero da collari troppo stretti, da museruole che lo soffocano, che non lo fanno abbaiare perché darebbe troppo “fastidio“: la libertà è sempre una conquista faticosa, dolorosa, molto dolorosa.

Anche se spesso tutto questo rimane una mera utopia. Ma si vive anche grazie alle utopie.

 

Raffaello Becucci 2014