QUANDO IL LETTORE ENTRA IN EDICOLA

di Carlo Bordoni

 

La globalizzazione non ha portato fortuna all’editoria e, tanto meno, alla lettura. L’apertura delle frontiere e la disseminazione delle culture ha dato una spinta ulteriore al fenomeno dell’oralità secondaria, dove la voce (e il suo sostituto di­gitale attraverso i nuovi mezzi di comunicazione) riprende il primato sulla scrittura, non solo nell’informazione, ma anche nel sapere.

Un sapere e una conoscenza sempre più frazionati, sintetizzati, velocizzati, che utilizzano più il linguaggio iconico che quello simbolico, spingono la tecnologia della scrittura verso una marginalità riservata a una minoranza privilegiata. Di fronte a un mercato editoriale che cerca di sopravvivere alla crisi aumentando e differenziando l’offerta. Siamo oltre i 60.000 nuovi titoli pubblicati in un anno, a fronte di un pubblico di 26 milioni di lettori (il 46% della popolazione) che tende sensibilmente a diminuire, malgrado l’analfabetismo sia ormai praticamente inesistente, l’acculturazione sia cresciuta e con essa il tasso di scolarizzazione e l’utilizzo di strumenti informatici.

 

Nel 1983, oltre trent’anni fa, si pubblicavano in Italia circa 20.000 nuovi titoli l’anno e sembravano già un’enormità. Destinati a restare sugli scaffali delle librerie per un tempo sempre più breve e inviati al macero in quantità industriali. Adesso, con i pochi lettori abituali, coloro che leggono 12 o più libri l’anno (il 14,5%), se ne pubblicano tre volte di più, ma con tirature sempre più basse che non vanno a riempiere gli scaffali, ma occhieggiano dai siti online, attendendo che lettori sempre più distratti li acquistino in rete. Meno spese di distribuzione, di immagazzinaggio e stampa on demand. Diminuiscono anche i lettori più giovani (erano il 60,8% tra gli 11 e i 14 anni), che costituivano lo zoccolo duro delle speranze editoriali. Attratti da altri passatempi, perennemente connessi sui loro smatphone, iphone, tablets (dati Istat).

 

Quando si parla di libri si pensa alla libreria, luogo deputato in cui cercare i lettori. Con le migliaia di novità che si pubblicano ogni anno, la libreria è una scatola magica che si rinnova continuamente ed è in parte responsabile della tenuta della lettura in un mondo multimediale, dove la scrittura va perdendo il suo indiscusso primato nella tradizione del sapere. In altri luoghi di vendita, al di fuori della libreria, il libro si presenta come un ospite inatteso, quasi fuori luogo: stona vederlo confuso tra le merendine e i detersivi nei supermercati; sembra privato del suo fascino, oggetto inutile e desueto tra categorie mercantili più allettanti, sulle quali di volge l’attenzione della clientela.

Eppure nei supermercati e, soprattutto, negli ipermercati – quelle cattedrali del consumismo scientifico che assomigliano a vere e proprie agorà postmoderne – le grandi case editrici hanno individuato i centri di vendita privilegiati per i libri di domani.

Ma c’è un luogo meno appariscente in cui il libro prospera rigoglioso, senza clamori e quasi in sordina; responsabile di una crescita insperata in un settore che sembrava destinato a un inevitabile declino, quello della narrativa, insidiato dall’immediatezza delle fiction televisive, dal cinema, dai videogiochi, da internet. Questo luogo miracoloso è l’edicola. Accanto alla stampa quotidiana e periodica, alle riviste patinate e ai CD, l’edicola macina una quantità impressionante di libri, tanto che le statistiche la indicano come il canale principale di vendita di una particolare qualità di libri: i romanzi di consumo.

Curiosa l’evoluzione del libro da edicola: in primis c’erano le collane settimanali, quindicinali o mensili, volumetti a basso prezzo, riconoscibili dalla copertina e dal logo, che si presentavano come pubblicazioni periodiche, con tanto di direttore responsabile, secondo le norme che regolano la stampa d’informazione. Un escamotage per sfuggire all’obbligo di tenere separato ciò che è proprio della libreria da ciò che compete all’edicola. Infatti i primi esiti di questa lunga tradizione che risale agli anni Venti, vede la narrativa da edicola veicolata in fascicoli di grande formato, riccamente illustrati, che non hanno nulla del libro. Veri eredi del feuilleton ottocentesco, dove il romanzo andava alla ricerca dei suoi lettori in forma di “appendice” ai quotidiani ed era pubblicato a puntate.

Più recentemente le collane periodiche hanno assunto sempre più la forma di veri libri. Non si tratta solo di un espediente commerciale, ma di un’indicazione precisa di tendenza, che mira a liberare la pubblicazione da edicola dalla sua provvisorietà e occasionalità, per farne un prodotto da con­servare. Ma la rivoluzione risolutiva è stata offerta, negli ultimi anni, dalle vendite congiunte di giornali e libri, che ha sdoganato definitivamente il fenomeni dei libri da edicola, non più legati alla periodicità, distribuendoli assieme ai titoli più promettenti quanto a successo di pubblico.

Il fenomeno delle vendite congiunte ha fatto uscire allo scoperto una potenzialità di lettori finora rimasta nascosta o quantomeno non considerata con la dovuta attenzione: nel 2003, anno di picco massimo dell’iniziativa, sono stati diffusi 62 milioni di copie assieme ai giornali. Un dato che la dice lunga, se si considera che tuttora circa la metà degli italiani non legge più di un libro l’anno, mentre i lettori “forti”, coloro che leggono più di undici libri l’anno, si attestano attorno al 14%. Una percentuale che non si discosta poi tanto dalla media europea.

Va tenuto in considerazione, con prudenza, che molte vendite congiunte non sono conseguenti a un impellente bisogno di leggere, e che una quota sensibile della clientela procede all’acquisto per approfittare di un’offerta, di un prezzo vantaggioso, rinviando sine die la lettura. Il che avviene di norma anche per gli acquisti in libreria, né deve scandalizzare l’utilizzo posticipato o addirittura mancato del libro, sostituito dal semplice piacere del possesso e dalla sua conservazione, a futura memoria. Al di là delle vendite congiunte, buon parte della produzione di genere (dal giallo al rosa) è destinata alle edicole, considerate il luogo preferito per certi lettori, che non entrerebbero mai in una libreria.

Ma perché l’edicola? Innanzitutto perché è situata all’interno del circuito popolare, cioè nel percorso tra casa e lavoro che viene quotidianamente utilizzato da operai, impiegati studenti. Cioè dalla maggioranza delle persone che vivono in un contesto urbano. Poi per l’economicità del prodotto, rispetto al volume rilegato da libreria: il prezzo medio del tascabile si situa tra i 3,90 e i 6,90 euro, e ha il pregio di essere riciclato in famiglia o rivenduto sulle bancarelle. L’edicola resta ancora il punto di riferimento privilegiato per coloro che mantengono una sorta di timore reverenziale nei confronti della libreria. Laddove si acquista il quotidiano o la rivista preferita, è più facile scegliere in libertà romanzi non impegnativi tra un’offerta continuamente rinnovata, con la garanzia di trovare edizioni economiche che hanno già goduto dell’approvazione del pubblico nella prima edizione. Spesso il lettore che preferisce l’edicola acquista il libro in seconda battuta, quando ha già raggiunto il successo e ha ricevuto conferme dalle recensioni. Spesso non si tratta di recensioni degli addetti ai lavori, che scrivono sui quotidiani o tengono rubriche in tv, ma lettori comuni che esprimono il loro parere spassionato sulle pagine web. È il giudizio dei lettori comuni che si presta, meglio di ogni altro, a garantire la qualità del prodotto letterario e a decidere per una spesa ormai considerata voluttuaria.

Quanto alla pratica dei testi scaricabili a richiesta, dietro pagamento, c’è da segnalare il clamoroso insuccesso di Stephen King, quando provò a distribuire via internet le puntate di un romanzo inedito, The Plant (2000). A nulla valse il richiamo del nome, né il numero impressionante dei lettori dei suoi best-sellers: l’esperimento dovette essere interrotto, segno che il pubblico (in tal caso quello americano) non era ancora pronto ad accogliere certi sperimentalismi. Sventata, per il momento, la minaccia degli e-book, leggibili sullo schermo del computer, così come la vendita di testi in formato elettronico on demand, l’edicola resta l’ultima frontiera del lettore abituale che non voglia rinunciare al suo passatempo preferito.

 

Dei generi che continuano a sopravvivere nelle collane specializzate, distribuite in edicola, due sono quelli che negli ultimi anni hanno compiuto il balzo in avanti, conquistando il grande pubblico e una popolarità che si può giustamente definire inaspettata: il noir, variante del “giallo”, e il nuovo rosa, che si differenzia da quello tradizionale di Liala e Delly. Segnano il passo la fantascienza e l’horror, di gran moda negli ultimi decenni, che ora tende a confondersi nel thriller.

Il nuovo rosa è un fenomeno recente di ritorno alla lettura di massa. Negli anni Ottanta ci fu un segnale straordinario di ripresa della lettura proprio tra il pubblico femminile acculturato, impegnato nel lavoro fuori casa, che aveva deciso di lasciare la tv e preferire una lettura caratterizzata da una riscoperta del sentimento romantico, innestato nella realtà quotidiana del post-femminismo. Vent’anni dopo il fenomeno sembra essersi in parte riassorbito e aver provocato un ritorno a un medium più immediato, quello televisivo. Dove, alle atmosfere sognanti del rosa, con la loro introspezione psicologica, il piacere per la condivisione delle emozioni, è succeduto il gusto per la rivelazione di sentimenti autentici, delle esperienze personali, della banalità della vita quotidiana, della cruda esteriorizzazione del privato, nel convincimento che tutto questo fosse più incisivo e autentico di ogni espressione letteraria. Vent’anni sono giusto il tempo di un cambio generazionale e le figlie delle donne di allora hanno rinunciato alla lettura di un’emotività tutta interiore, in favore di un’emotività condivisa, palesata pubblicamente attraverso i reality show.

Il rosa non è scomparso dalle edicole, ma si è differenziato, adattandosi alle nuove esigenze delle lettrici di oggi. Storie meno standardizzate e più complesse, prive di quei contenuti rassicuranti sull’eternità dell’amore, che si risolvevano in un ripetitivo ritorno a casa, alle gioie familiari, all’educazione dei figli, accanto a un uomo virile, in grado di rappresentare quella figura paterna che si era andata perdendo col tempo. In una società senza padri tutto ciò poteva rappresentare un bisogno profondo da soddisfare, anche al costo di rinunciare in parte alla propria libertà (almeno sul piano dell’immaginario), attraverso una lettura inoffensiva e gratificante.

Seppur lontana dai successi di fine secolo, la produzione del rosa è confermata dalla presenza di Harmony, leader di mercato nel settore. Nata nel 1981 dall’unione tra la Mondadori e la canadese Harlequin, Harmony è una casa editrice specializzata in narrativa sentimentale, destinata esclusivamente al pubblico femminile: distribuisce principalmente in edicola, ma di recente si è ricavata uno spazio anche nella grande distribuzione (supermercati, ipermercati), con serie di maggiore formato, come Passion, Historical, Fantaluna.

Harmony pubblica una media di 42 titoli al mese, che assommano a 540 titoli nell’anno, considerando i numeri speciali e l’intensificazione delle uscite nei mesi estivi. Una valanga di parole d’amore, le cui vendite sono stimate superiori agli 8 milioni di copie nel 2002.

Chi legge il rosa? “Il nostro target non è quello di Federico Moccia – spiega Manola Mendolicchio della Harmony – I suoi romanzi piacciono soprattutto alle ragazzine adolescenti.” L’età media delle lettrici si è alzata notevolmente, confermando la presenza di un pubblico ormai affezionato da lunga data a una lettura d’evasione. Se allora solo un terzo delle lettrici del nuovo rosa superava i quarant’anni, oggi la maggior parte va oltre i cinquanta e sessanta. Buona parte delle lettrici che hanno determinato il boom del passato è rimasta fedele all’impianto tradizionale di allora: storie romantiche, atmosfere da sogno, sessualità poco esplicita in descrizioni morigerate, inevitabile lieto fine, rintracciabili nelle serie Collezione, Jolly, Destiny e Bianca (di ambiente ospedaliero). Non a caso le serie più intriganti e sessualmente esplicite, Sensual, Passion e Temptation, si rivolgono a un pubblico più giovane, la cui età media è fra i trenta e i quarant’anni, confermando un fenomeno d’importanza sociale non secondaria.

 

Accanto al rosa, nell’edicola regna il noir, una variante del giallo (dal colore delle copertine dei primi romanzi che Mondadori mandò in edicola nel 1929), che di fatto ha sostituito le dizioni più corrette di poliziesco, thriller, detective story, mistery, ingrediente necessario di ogni prova narrativa, capace di attrarre il lettore e tenerlo inchiodato alla pagina per il tempo necessario a risolvere l’enigma. La sua presenza è talmente scontata da essere quasi d’obbligo per il buon esito narrativo, specie da quando Carlo Emilio Gadda, col suo Pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) gli ha conferito qualità letteraria. “L’idolatria nei confronti di Carlo Emilio Gadda, costante nei giallisti e noiristi nostrani, è veramente da considerare con sospetto – osserva Roberto Barbolini – Non ce n’è uno, da Carlo Lucarelli a Gianni Biondillo (per citare i migliori), che non ostenti una vera e propria venerazione nei confronti delle dolenti costruzioni verbali del Gran Lombardo. Ma poi lo stile che trionfa è il finto espressionismo, simpatico e un po’ ragionierescamente abile, di Andrea Camilleri, il Gadda degli ipermercati.”

Il successo di Montalbano non ha intaccato lo zoccolo duro degli appassionati del giallo tradizionale, che segue un preciso schema risolutivo, fatto di piccoli e grandi indizi, con cui il lettore è chiamato a confrontarsi, quasi in una gara di abilità logiche con l’autore. Senza deluderne le aspettative. Sono i vecchi giallisti, affezionati a una scrittura di genere che passa (e ripassa, nelle ristampe) attraverso i periodici in edicola. “Si mettono in competizione con lo scrittore per risolvere l’enigma – conferma la scrittrice Annamaria Fassio – Sono i lettori più terribili: guai a lasciare indizi fuorvianti, guai ad ingannarli! Per loro tutti i nodi devono risolversi magistralmente. Sono più attenti a questi dettagli che alle atmosfere o al contesto sociale in cui si sviluppa la storia. In un certo senso, sono di grande aiuto. Lavorando per la Mondadori me ne sono accorta subito. In America uno scrittore di gialli è uno scrittore a tutti gli effetti. Mi piacerebbe molto che questo avvenisse anche qui. E poi ci sono gli intramontabili, come Ellroy. Sei pezzi da mille è quasi un trattato storico, ma si legge, appunto, come un romanzo giallo. Con il fiato sospeso sino alla fine. Che poi è il modo migliore per leggere un libro.”

Talmente in crescita l’interesse per il giallo, il noir e tutte le sue varianti, che due grandi esperti come Gian Franco Orsi e Lia Volpatti ne hanno redatto una puntuale disamina, giunta al terzo volume (C’era una volta il giallo III. L’età del sangue, Alacran, 2007), destinata a restare un punto fermo per la storia del genere.

Mass market” è il termine tecnico con cui viene indicato il settore della produzione da edicola: dà già l’idea di trovarci nel cuore della narrativa di consumo nel suo senso più pieno. Qui Mondadori (quasi in una condizione di monopolio) copre un ventaglio di generi, che vanno dal giallo (Giallo Mondadori e Classici del giallo: quattro uscite mensili più quattro speciali nell’anno) allo spionaggio (Segretissimo: due uscite mensili, più due speciali); dalla fantascienza (Urania: due uscite mensili, più cinque speciali dedicati all’horror e al fantasy) al rosa (I romanzi: sette uscite mensili).

Mondadori sforna ben 230 titoli l’anno, con tirature che vanno dalle 12 mila alle 24 mila copie a volume: un fiume in piena che tuttavia è di gran lunga inferiore alla produzione media di venti anni fa, che sfiorava le 50 mila copie di tiratura per volume. Cifre impensabili per la libreria.

Sono finiti i bei tempi in cui i fascicoli da edicola erano l’unico gioco in città – avverte Sergio Altieri, editor Mondadori del “mass market” – La televisione e i giocattoli elettronici hanno aperto nuove possibilità d’intrattenimento. In edicola si compra di tutto, in particolare libri. Ma è un errore considerare l’edicola come la suburra dell’editoria. Dall’edicola sono usciti tutti i grandi maestri del thriller e della fantascienza. Negli ultimi anni l’edicola ha ripreso quota: ogni fascicolo vende il triplo di ogni titolo italiano da libreria.”

Di questo interesse sono responsabili in buona parte gli scrittori italiani. Diversamente da quanto accadeva in passato, quando un buon scrittore di genere dove necessariamente essere anglosassone e gli italiani erano drasticamente esclusi dall’editoria da edicola o costretti a scrivere sotto pseudonimo, adesso sono proprio questi ad essere preferiti. Infatti, oltre ai titoli mensili del Giallo, dal 2007 Mondadori dedica un’uscita fissa mensile a un autore italiano (“Il Giallo Mondadori presenta”), che si differenzia per la copertina in bianconero: Claudia Salvatori (Una storia da rubare, 2007), Alessandro Defilippi (Locus Animae, 2007), Bruno Pampaloni (Nessun male, 2007), Mauro Marcialis (La strada della violenza, 2008), Giacomoni & Ricci (B@cteria, 2008) sono gli autori dei primi numeri. La scuola italiana può contare su due generazioni di scrittori professionisti che hanno il pregio di sapersi adattare alle esigenze delle collane. Nomi come quelli di Annamaria Fassio, Stefano Di Marino, Franco Forte, Andrea Carlo Cappi, Matteo Bortolotti, Giancarlo Narcisi, Gianpaolo Zarini e Andrea Novelli firmano regolarmente una serie di titoli di grande appeal sul pubblico.

Cosa è accaduto nel frattempo? Cosa è cambiato dagli anni Settanta, quando l’inserimento di un autore americano, ma di nome italiano (come Bill Pronzini) faceva subito calare le vendite in edicola?

 

Un mutamento epocale. La fantascienza non tratta più marziani che sbarcano sulla Terra, come i gialli non descrivono solo indagini nel cuore delle grandi metropoli americane. La tecnologia è entrata nel nostro quotidiano, ha portato il futuro tra noi, ma anche ha reso banali omicidi e delitti. Lo stesso modo di scrivere è cambiato: le nuove generazioni hanno recuperato il gusto per la narrazione, prescindendo da descrizioni eccessive, da introspezioni inutili, per privilegiare l’aspetto romanzesco. Una qualità che, per molto tempo, è stata una prerogativa della produzione americana e che adesso è diventata patrimonio comune.

Dopo la rivoluzione apportata negli anni Ottanta dal Cyberpunk, che ha ridato vitalità a un ambiente piuttosto impoverito, la fantascienza non si è sostanzialmente rinnovata, se non introducendo il tema della singolarità tecnologica, il singolo evento epocale che accelera l’evoluzione umana verso un “post-umanesimo”. L’attenzione verso un futuro malato di tecnologia, di disastri ecologici, di mutamenti biologici, di mondi virtuali, temi attuali accompagnati da una ricerca stilistica originale, fanno capolino dalle opere di nuovi autori che si sono affiancati ai classici della fantascienza tradizionale. Così Urania, la collana di fantascienza curata da Giuseppe Lippi, può contare, fra gli italiani, su Paolo Aresi, Lanfranco Fabriani, Valerio Evangelisti, Alberto Costantini, Giovanni De Matteo, Dario Tonani e sul ritorno di Vittorio Catani.

Un discorso a parte merita l’horror.La narrativa basata sul piacere della paura si differenzia dal thriller perché non ne ha l’aristocratica leggerezza: alla sottile tensione sostituisce la fisicità della morte e l’odore del sangue. Si differenzia dal noir per l’assenza della detection: si direbbe figlio degenere del giallo, ma in realtà è suo cugino, nipote perverso del grande padre della narrativa fantastica, il gothic romance. Quello di Walpole e della Radcliffe, ma anche di Poe e Lovecraft, destinato a diventare la cifra di una società d’incomprensibili mutamenti.

In Italia la collana Horror della Mondadori è divenuta un supplemento di Urania e si pubblica tre volte l’anno. Tra i più recenti: Greg Cox, Underworld evolution (2007), Gianfranco Nerozzi, Cry-fly Trilogy (2008) e Robert McCammon, Hanno sete (2008), storia di un’invasione vampiresca a Los Angeles. “La storia d’orrore è vista in generale con sospetto – riconosce Nerozzi, approdato alla grande distribuzione dopo una lunga gavetta – Anche le grosse case editrici si sono messe a pubblicare romanzi dell’orrore, però non li chiamano ‘horror’. Li definiscono molto più prosaicamente thriller. Oppure non ridefiniscono nemmeno”. Segno che la paura è entrata nella nostra quotidianità, passando direttamente dalla realtà alle pagine del romanzo. Per un’intera generazione Stephen King ha rappresentato il centro assoluto dell’immaginario giovanile, stimolando schiere di epigoni, l’affermarsi di un gusto per la paura e l’inevitabile pullulare di iniziative editoriali e cinematografiche.

Se il giallo d’antan è legato storicamente agli anni Trenta e Quaranta, con le sue storie liberatorie destinate a un pubblico borghese, che ricerca la razionalità dell’esistenza nel sistema delle leggi, le uniche in grado di garantire la prevalenza del bene sul male, l’horror, nella sua ambiguità, è rappresentativo degli squilibri psicologici causati dalla perdita del sacro in un società che non ha più punti di riferimento. La scioccante irruzione della paura nel quotidiano non è che il bisogno di sublimare altre paure più concrete, che attanagliano l’uomo contemporaneo di fronte a un mondo invivibile, pericoloso, stravolto dalla meccanizzazione e dalla disgregazione dei rapporti sociali.

 ottobre 2017

 

©Outarte 2017 All rights reserved. Riproduzione vietata.

Ph. iStock