Per un strato di colori

Nella storia dell'arte moderna abbiamo avuto, fortunatamente, artisti formidabili come Paul Klee e/o Emile Nolde, che hanno lavorato molto con le loro opere (in questo caso acquerelli e tecniche miste), seguendo la "tecnica" delle sovrapposizioni dei colori - non le chiamerei velature; troppo sdolcinato. L'arte contemporanea, purtroppo, ci delizia poco di questa meraviglia: tranne qualche artista famosissimo e bravissimo come Mark Bradford, oppure qualche "escluso" visionario psicotico, che in modo compulsivo accumula colore secondo chissà quali sentieri, ma difficilmente lo si potrà vedere perché spesso non preso in considerazione da nessuno, compresa la propria famiglia. Eppure nella trama dei colori e poi delle tinte, messi uno dopo-sopra l'altro, alcuni artisti, vedi anche Pollock, hanno raggiunto vette sublimi, senza mai "schiacciare" l'opera, o farla annaspare, addirittura morire, come nello strafamoso "Capolavoro sconosciuto" di Balzac. Nell'antichità poco o niente troviamo questo "sistema": di avere a che fare con la gamma dei colori e delle tinte, stratificando l'un l'altro; in primis perché questi si contavano sulle mani, e poi perché si prediligeva le linee, le forme e i contrasti, come nell'arte della decorazione dei vasi agli esordi dell'arte greca. Ma una cosa sublime al riguardo, ci appare attorno al tenebroso anno 1000 in Giappone, dove i colori si confrontano con la natura (maestra di tutte le arti), aprendosi a cercare degli "strati" e veli molto sottili. Le vesti erano realizzate con dodici strati di colori facondi e la nascita esplosiva delle tinte raggiunse un numero straripante per quei tempi: 170 nomi di colori.

Claudio Parrini

 

 

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