I giovani non credono più ai giganti, ma alle sculture giganti: il caso del gigante Marino

Oggi nel momento in cui stavo facendo l'accredito stampa a Palazzo Fabroni di Pistoia per la mostra "Marino Marini, Passioni Visive", pensavo fissamente ad una frase che avevo letto il giorno prima: delle parole del bravissimo sociologo Franco Ferrarotti circa la figura di Simmel e "molti sociologi della generazione più recente, i quali amano scambiare la loro scarsa dimestichezza
coi classici per assoluta originalità e non danno segni di avvedersi di essere, nel più fortunato dei casi, petulanti pigmei seduti sulle spalle di pazienti giganti". Ecco, Marino Marino è un gigante: un gigante della scultura che in questa originale e splendida mostra è assieme ad altri giganti come Rodin, Martini, gli etruschi - quelli che mi vengono a mente in primis. Egli dimostra con semplicità di essere un vero classico, ineludibile classico, al quale qualsiasi giovane scultore dovrebbe 'chieder sempre consigli'. Questo a partire dai disegni, i gessi, i legni e i grandi i bronzi, e soprattutto nelle piccole terrecotte dipinte e non, maioliche e ritratti in gesso e cera. Ma mentre scrivo mi accorgo che questi termini e nomi appartengono, per tanti giovani artisti contemporanei, coccolati e imbambolati da una certa viscida critica e scuola in abbandono, e da un, chiamiamolo ancora (?): "sistema dell'arte", ad una tradizione scontata e superata, con cui essi non debbono fare i conti, la quale tradizione, come un mio amico un giorno mi disse di Marino, "sa troppo di Novecento". Da giovane, da studente esterno (per dare l'esame da privatista) frequentai per poco l'Istituto d'Arte fiorentino di Porta Romana; dove uno zelante ed elegante professore, famoso per una tipica slavata pittura (oggi in voga), consigliava con ardore a tutti i giovanetti pittori di smettere di osservare Piero della Francesca; ma non trasmetteva il perché!, nonostante citasse (vado a lunga memoria) Kline, Rothko ed altri io non ci stavo a quel gioco inutile, infatti come pittore a distanza di moltissimi anni non ho attinto nulla da questi ultimi artisti; non che, badiamo bene! fossero stati dei pigmei... ma nemmeno dei grandi giganti - quindi riponevo gli occhi agli alberi "stesi", e ai volti misteriosi di Piero. Così oggi possiamo constatare "a tutto tondo" che per i giovani artisti il gigante della scultura non è Marino: provate a parlargliene! vi verrà appioppata al volo la targhetta di reazionario come minimo. Tutti: giovani, adulti e vecchi rintontiti ammirano le gigantesche, quelle sì, sculture di Damien Hirst a Venezia di questo 2017; ne parlano anche bene, sentivo questa estate da Pinault nell'aria svolazzare a tambur battente il termine "amazing", che si usa molto e dappertutto (anche nei luna park di una volta, oggi in certi videogiochi)... e che vuol dire tutto e niente.

Claudio Parrini

 

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Foto per concessione Palazzo Fabroni

Marino Marini, Piccolo Cavaliere, 1942
Fondazione Marino Marini, Pistoia

 

Oggi in arte ci vorrebbe più IKI

Come molti di voi sapranno il termine giapponese Ki (più antico quello coreano Ci e il cinese Qi) è un nome molto difficile da tradurre: e soprattutto è stato adottato da molte discipline e materie, dalle arti marziali, alla filosofia, dall'idraulica alla medicina eccetera. Il suo significato nel senso più nucleare è quello di energia, di forza vitale che viene da un dentro di qualcuno o qualcosa. Nell'arte contemporanea devota molto alla denuncia, alla provocazione da un lato; dall'altro al "recupero" del passato recente, pieno zeppo di idee, concetti e giochetti pseudo filosofici, ci si occupa poco o niente di cercare il Ki. Proviamo a immaginarselo il nostro Ki: nelle residenze d'artista? nella public art? nel video? (quello poi!), o persino in certa pittura, frutto di esclusione a priori di certe tecniche tradizionali o antiche, e rifiuto di accettare semplici forme e colore, per paura di apparire banali (forse perché in realtà molti pittori sono banali). Ma ritorniamo alla mancanza del Ki in arte oggi; proviamo a innestarlo in quel mondo fatto di tante esperienze e personalità che prediligono alle mostre esporre macerie, per dimostrare al pubblico che tutto è in rovina, invece di tirar fuori la vera energia-forza che va verso la conoscenza, la propositività e la bellezza. Ma veniamo termine che più ci interessa con precisione; una variante del Ki, una sola i aggiunta davanti. Viene sempre da Giappone: Iki. Questo nome proviene dal territorio dell'erotismo, è di colei/lui che sa mantenere le tensioni e controllare gli stati del rapporto sessuale; è una figura di eccellente, elegante, che sa respirare; di chi gestisce le istanze e la creatività liberamente, con spontaneità e abolendo le elucubrazioni mentali riesce a far andare a braccetto l'etica con l'estetica, vedi appunto l'arte. Fu il filosofo e raffinatissimo scrittore giapponese Kuki Shuzo a maneggiare questo termine e a definirne il vero senso, lo fece in piccolo trattato pubblicato in Italia da Adelphi. In Occidente Iki è praticamente impossibile tradurlo. Kuki essendo stato amico di Heiddeger, ebbe modo di parlare del significato di Iki tanto che il filosofo tedesco nel suo formidabile "In cammino verso il linguaggio", tradusse forse un po' maldestramente Iki con "grazia". Io non andrei oltre, penserei che fosse il caso di lasciare il termine Iki così come è; sottolinerei però che in questo momento storico l'arte avrebbe bisogno di più Iki.

Claudio Parrini

 

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Per un strato di colori

Nella storia dell'arte moderna abbiamo avuto, fortunatamente, artisti formidabili come Paul Klee e/o Emile Nolde, che hanno lavorato molto con le loro opere (in questo caso acquerelli e tecniche miste), seguendo la "tecnica" delle sovrapposizioni dei colori - non le chiamerei velature; troppo sdolcinato. L'arte contemporanea, purtroppo, ci delizia poco di questa meraviglia: tranne qualche artista famosissimo e bravissimo come Mark Bradford, oppure qualche "escluso" visionario psicotico, che in modo compulsivo accumula colore secondo chissà quali sentieri, ma difficilmente lo si potrà vedere perché spesso non preso in considerazione da nessuno, compresa la propria famiglia. Eppure nella trama dei colori e poi delle tinte, messi uno dopo-sopra l'altro, alcuni artisti, vedi anche Pollock, hanno raggiunto vette sublimi, senza mai "schiacciare" l'opera, o farla annaspare, addirittura morire, come nello strafamoso "Capolavoro sconosciuto" di Balzac. Nell'antichità poco o niente troviamo questo "sistema": di avere a che fare con la gamma dei colori e delle tinte, stratificando l'un l'altro; in primis perché questi si contavano sulle mani, e poi perché si prediligeva le linee, le forme e i contrasti, come nell'arte della decorazione dei vasi agli esordi dell'arte greca. Ma una cosa sublime al riguardo, ci appare attorno al tenebroso anno 1000 in Giappone, dove i colori si confrontano con la natura (maestra di tutte le arti), aprendosi a cercare degli "strati" e veli molto sottili. Le vesti erano realizzate con dodici strati di colori facondi e la nascita esplosiva delle tinte raggiunse un numero straripante per quei tempi: 170 nomi di colori.

Claudio Parrini

 

 

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